Luci della ribalta
  • "Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo"

  • 16.2.13
    Amarcord d’autore con qualche riserva. Littizzetto come Nilla Pizzi e Caterina Caselli. Standing ovation per Pippo Baudo, Elio e Rocco Siffredi. Premio della critica a Rubino. Una statua per Mike Bongiorno.

    Immagini in bianco e nero, la voce di Celentano con “24 mila baci”, Luciano Tajoli e la sua “Al di là”, e siamo subito nell’atmosfera di Sanremo Story. Dissolvenza e si prosegue col bianco e nero ma, ad uno sguardo più attento, riconosciamo mises moderne e la scenografia dell’Ariston. Le immagini tornano a colori, siamo di nuovo nel 2013. Un prologo che ha regalato subito la giusta atmosfera. Luciana Littizzetto scende la solita scalinata ed è vestita quasi da donna: i capelli sciolti sulle spalle le donano. Fazio le fa i complimenti e lei, dissacratrice, scende le scale stile adolescente giocosa Vestita come Nilla Pizzi d’antan, Lucianina non resiste alla battuta: “Non sai come pesa, sembra di avere addosso Platinette bagnata”. Più tardi entra con una parrucca “casco d’oro” e un vestitino carta da zucchero, da educanda. Un omaggio a Caterina Caselli: “Sembro Enzo Paolo Turchi appena uscito dall’isola dei famosi!”. E ancora: “Mi sento a mio agio come Giovanardi sul carro del Gay Pride”. È sempre più smagliante.

    Peccato si ostini al gioco della gelosia verso le “bellone”: inizia un po’ a stancare. È talmente entrata nel personaggio dell’arpia che quasi quasi cominciamo a crederci: si rivolge prevalentemente agli uomini, mentre con le donne sembra esserci poca complicità. Peccato. E sì che l’altra sera si era resa protagonista di un grande inno contro la violenza e il femminicidio. Però, però… di fronte alle tragedie è solidale e in prima linea, ma nel quotidiano sembra un po’ sopraffatta dalla rivalità. Forse è solo un eccesso dato dagli autori al suo ruolo. La Littizzetto ci piace, ma non quando insiste troppo nello stesso gioco.

    L’operazione Amarcord si apre con Malika Ayane che canta “Cosa hai messo nel caffè”, (Del Turco, 1969): simpatico il balletto con i due boys, la performance è spiritosa ma non memorabile. Lei è attesa ad altre prove.
    Daniele Silvestri propone “Piazza Grande” di Lucio Dalla: applauso di tutto il teatro. “Ci manca tantissimo”, dice il cantautore romano. Coppola in testa, si siede sul gradino a terra e canta. Forse ha preso una nota troppo alta...
    Annalisa sceglie “Per Elisa” (Sanremo 1981) e la canta insieme ad Emma: il duetto ha scatenato qualche critica, per molti la canzone è risultata banalizzata; io l’ho trovata simile a molte altre esecuzioni della serata: si è scelto di rinnovare un brano, e il risultato non sempre è migliore dell’originale. Marta sui tubi si fanno accompagnare da Antonella Ruggero per “Nessuno” (1959) e la canzone acquista subito un’aria retrò.
    Raphael Gualazzi sceglie “Luce” di Elisa, vincitrice di Sanremo nel 2001: cantata da lui è un’altra canzone, irriconoscibile. Capisco la volontà di dare una propria personalità al brano, ma qui si è arrivati a stravolgerlo completamente. Questa non è un’operazione ricordo. Lui è bravissimo ma “Sanremo è Sanremo” e ci piacerebbe che il Festival non perdesse del tutto la sua (orgogliosa) anima nazional-popolare.
    I Modà con Adriano Pennino regalano un nuovo arrangiamento a “Io che non vivo” di Pino Donaggio (1965): inseriscono toni più moderni, senza stravolgerla troppo. E funziona.
    Simone Cristicchi canta “Canzone per te” di Sergio Endrigo (1968): ecco una bella interpretazione, ripropone una canzone di 45 anni fa, con grazia e un bel timbro di voce (migliore del solito).
    “Tua” di Julia De Palma viene riletta in modo rispettoso da Simona Molinari e Peter Cincotti. Anche Maria Nazionale rispetta la struttura originale di “Perdere l’amore” (1988), ma l’interpretazione di Massimo Ranieri “spaccava”. La sua è ordinaria.
    Emozionante Marco Mengoni con “Ciao amore ciao” di Luigi Tenco: scelta coraggiosa e brano eseguito con umiltà, senza strafare, ma con grande convinzione. È piaciuto molto.

    Elio e le Storie Tese duettano nientemeno che con Rocco Siffredi in “Un bacio piccolissimo”. Un po’ canzone, un po’ teatro. Tornano le esilaranti protesi frontali ma questa volta il gruppo si presenta in versione “mini” e, grazie ad un trucco scenico, sembra siano diventati tutti dei nani. I doppi sensi con Siffredi si sprecano: ma è lì per questo, lui lo sa ed esegue il suo compito alla perfezione. Bravi tutti!
    Max Gazzé affonda “Ma che freddo fa” di Nada: il suo difetto di pronuncia (la “S”) viene evidenziato in modo fastidioso da questa canzone, e la sua performance aggiunge poco o nulla. Non riesce a dargli carattere e anche la voce non lo aiuta.
    Grande prova, invece, per Chiara Galiazzo che canta, con coraggio, “Almeno tu nell’universo” di Mia Martini. Sorpresa con gli Almamegretta, senza il cantate: Raiz, assente per questioni religiose (venerdì ebraico), viene sostituito egregiamente da Marcello Coleman che, insieme a James Senese, Clementino e Albino D’Amato regalano una convincente versione de “Il ragazzo della via Gluck”, con ampio uso di percussioni e sonorità particolari, quasi tribali. Alla fine una frase che ricalca il testo della canzone ma che si presta ad un ovvio doppio senso: “Lasciate crescere l’erba!”. E il web si scatena.
    Nella serata del ricordo, Fabio Fazio lascia il palco dell’Ariston per seguire l’inaugurazione della statua di Mike Bongiorno, al centro di Sanremo.La Littizzetto non vedeva l’ora di avere il teatro tutto per sé: “Finalmente posso fare quello che voglio!”, e si sdraia per terra.

    C’è tempo perfino per ripescare un’edizione sanremese disastrosa, quella del 1989 con i famosi “figli d’arte”: Rosita Celentano, Paola Dominguin, Gianmarco Tognazzi e Danny Queen. Rivedere il vecchio filmato con le loro numerosissime papere è divertente, ma anche un po’ imbarazzante.

    Tra gli ospiti, bella partecipazione di Stefano Bollani che si trasforma addirittura in juke-box umano e prende le richieste del pubblico. Titoli di alcuni brani di Sanremo, riproposti al pianoforte, da “Volare” a “Terra Promessa”, da “Papaveri e Papere” a “Vita Spericolata”. Un medley improvvisato che lascia senza fiato: perfino l’orchestra si alza in piedi per applaudirlo. L’ospite internazionale della serata è il cantautore e chitarrista brasiliano Caetano Veloso: magica la sua versione di “Come prima” (Domenico Modugno e Tony Dallara), eseguita insieme a Bollani.

    Ma quella di ieri è stata soprattutto la serata di Pippo Baudo con immediata standing ovation. Quando arriva sul palco parte la sua sigla “Perché Sanremo è Sanremo”: è strano vederlo con i capelli bianchi e Lucianina lo sottolinea subito. Baudo è una colonna di Sanremo per aver condotto ben 13 edizioni del Festival. Tanti gli aneddoti da raccontare, dal salvataggio dell’aspirante suicida che voleva buttarsi dalla galleria dell’Ariston alla vittoria di Domenico Modugno. E poi il Pippo nazionale offre subito materiale a fotografi e giornalisti e si tuffa in un bacio mozzafiato con la Littizzetto. Lei gli dice: “Strano vederti qui: è come vedere Schumacher che fa il parcheggiatore! Noi siamo degli abusivi”. E ancora: “Ha fatto tutta la pipì intorno all’Ariston per segnare il territorio!”. E visto che i due uomini sul palco sembrano contendersi la sua simpatia ecco la lista di Luciana con le differenze che più li caratterizzano. Comincia così: “Pippo è Pippo, Fabio è Pippa”. E poi via, senza freni: “Se Pippo fosse un aceto sarebbe il balsamico di Modena, Fabio il purgativo di Imperia”; “Se Pippo fosse un libro sarebbe ‘Guerra e pace’, Fabio sarebbe ‘Una sfumatura di grigio’”; “Se Pippo fosse piatto sarebbe una trippa al sugo, Fabio una mela cotta”. E per finire: “Se Pippo fosse un albero sarebbe una sequoia, Fabio sarebbe un castagno, buono ma ti fa due maroni così”.

    Si ride ancora con il ventriloquo più famoso della tv italiana: arriva Rockfeller (José Luis Moreno) ed è subito show, grazie soprattutto alle avances del pupazzo che riescono quasi a mettere in imbarazzo Luciana Littizzetto. Con il corvo dalla battuta tagliente inizia un altro momento Amarcord che ci fa tornare bambini.

    Sanremo Giovani ha il suo vincitore, Antonio Maggio con “Mi servirebbe sapere”. Canzone orecchiabile, preparata ad hoc per il Festival, sicuramente perfetta per i passaggi radiofonici. Sono sue le prime lacrime vere di questo Sanremo 2013. Questa volta anche la platea apprezza, senza fischi o contestazioni, solo applausi. Maggio canta di nuovo la canzone che gli ha regalato la vittoria e il pubblico dell’Ariston, contagiato dalla verve del brano, si alza in piedi a ballare. La canzone è coinvolgente!

    A decretare la vittoria Nicola Piovani, presidente della giuria di qualità con Eleonora Abbagnato, Stefano Bartezzaghi (giornalista e scrittore), Cecilia Chailly (musicista), Serena Dandini, Claudio Coccoluto (Dj), Rita Marcotulli (pianista), Paolo Giordano (scrittore), Neri Marcoré (questa volta niente siparietti comici) e Nicoletta Mantovani. Fazio, davanti a Nicoletta, ricorda il suo Festival al fianco di Luciano Pavarotti: “Solo i grandi sono capaci di fare cose grandi e di giocare”. La giuria assegna anche il premio “Miglior Testo” al brano “Le Parole non servono più” de Il Cile, eliminata dalla gara. A Renzo Rubino, invece, il premio della critica Mia Martini.

    Una serata di passaggio. Senza la gara dei big c’è poco mordente ma gli ascolti non ne risentono e Sanremo registra un altro boom di ascolti: oltre 13 milioni di telespettatori, pari al 47,55 per cento di share nella prima parte; 6 milioni 597mila con il 52,68 per cento.

    E tra poco il gran finale: madrina della serata Bianca Balti. Prepariamoci ad una raffiche di battute della Littizzetto contro la top model italiana che si è già mostrata preoccupata: “Temo qualche cattiveria motivata dalla gelosia”, ha detto ieri in un’intervista. Ma no… la Littizzetto è sempre così gentile con le donne belle e giovani! Comicità assicurata con Claudio Bisio, ma l’attesa è tutta per Andrea Bocelli. Mentre sui social network impazza il toto-vincitore: secondo Facebook e Twitter il favorito è Marco Mengoni.


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