Luci della ribalta
  • "Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo"

  • 11.2.13
    Sono bastate poche puntate e subito si è riaccesa la polemica sui “cattivi” dal fascino ambiguo. 

    “Il Clan dei Camorristi” è la nuova serie, prodotta dalla Taodue di Pietro Valsecchi, in onda il venerdì in prima serata su Canale 5. Protagonista di questa storia vera è Stefano Accorsi, nei panni del giudice Andrea Esposito in lotta contro la camorra, durante gli anni ’80. È l’epoca del dopo-terremoto in Irpinia, con la malavita pronta ad accaparrarsi gli appalti della ricostruzione, lasciandosi dietro una lunga scia di sangue. In questo contesto si fa strada un giovane criminale, Francesco Russo, detto O’Malese, interpretato da Giuseppe Zeno.

    Nonostante la popolarità di un attore come Accorsi, inevitabilmente i riflettori sembrano ora spostarsi sul suo antagonista: il giudice è un uomo per bene che lascia il nord per immergersi nella realtà campana della malavita organizzata. Il film ruota intorno a lui, alle sue indagini, alla sua dedizione al lavoro. Eppure sono bastati pochi giorni dalla messa in onda per dirottare il gradimento del pubblico sul “cattivo” di turno. È la solita storia del “fascino del male”. In tv era già accaduto con l’enorme consenso riservato alla fiction “Il capo dei capi” su Totò Riina, o con la serie “Romanzo Criminale”, sulle vicende della banda della Magliana: un successo venduto e acclamato anche all’estero.

    Alcuni demonizzano le scelte di cinema e tv: si rischia di creare falsi eroi e si finisce per favorire un effetto emulazione pericoloso, soprattutto per i più giovani – dicono i detrattori. E allora come la mettiamo con miti di Hollywood come Al Pacino in “Scarface” o ne “Il Padrino”? Come dimenticare il terribile nazista in “Schindler’s List”, con lo sguardo glaciale di Ralph Fiennes? Un cattivo che certo non suscita simpatia, piuttosto un certo disprezzo, ma trasmette un fascino sinistro, non lo si può negare. Una figura indimenticabile, mirabilmente resa da Spielberg. Non si può immaginare un colpo di spugna su un intero filone che letteratura e cinema hanno saputo rendere grande.

    I giovani sono sottoposti ad un martellamento continuo di immagini e storie, facilmente equivocabili. È compito della famiglia e degli educatori seguirli e indirizzarli al meglio, attraverso il dialogo e il confronto. Non sono d’accordo – se non per i più piccoli – a privarli di uno spettacolo che rientri nei canoni concessi dalla censura. Anche nel caso de “Il Clan dei Camorristi”, si tratta di una vicenda che racconta un pezzo di storia del nostro paese che i ragazzi dovrebbero conoscere, imparando che il cinema e la finzione scenica impongono storie romanzate, ma la realtà è un’altra cosa.

    Gli stessi protagonisti ne sono convinti: “Baudelaire sosteneva che bisogna sempre tirar fuori la bellezza dal Male – ci ha detto Giuseppe Zeno – ma in questo caso è abbastanza difficile dare caratteristiche umane a certi personaggi, inevitabilmente si rischia di cadere negli stereotipi ed è quello che abbiamo cercato di evitare. O’Malese – ha continuato Zeno – è in assoluto un personaggio negativo, per lui non c’è pentimento; possiamo solo provare a capire come nascono questi fenomeni, da quali contesti sociali. La comprensione però non porta ad una giustificazione per quello che fanno. Sono esempi da non seguire”.

    Stefano Accorsi è invece fermamente convinto della necessità di raccontare sempre la verità delle cose, anche il Male: “Senza il Male, un’immensa parte di Cinema, con la C maiuscola, non sarebbe esistita. È il modo in cui lo si racconta che fa la differenza. Ben venga la fiction che racconta anche il Male, l’importante è non tradire la verità intima dei fatti – dice Accorsi - non si può rendere un personaggio animale, bestiale, cattivo o simpatico se non lo è nella realtà”.

    Se, dunque, qualcuno si ritroverà a seguire le gesta del camorrista Malese e a subirne la seduzione, provi a farlo senza mai perdere di vista chi sono i veri eroi di questa storia. Nelle prossime puntate emergerà ancora più chiaramente la bestialità di alcuni e il coraggio e la dignità di altri. Sarà forse più facile schierarsi dalla parte giusta.

    Ma comprendo il “fascino del male” e a questo proposito mi viene in mente il meraviglioso monologo di Orson Welles nel film “Il terzo uomo”: “In Italia sotto i Borgia, per 30 anni, hanno avuto assassinii, guerre, terrore e massacri, ma hanno prodotto Michelangelo, Leonardo da Vinci e il Rinascimento. In Svizzera hanno avuto amore fraterno, 500 anni di pace e democrazia, e che cos’hanno prodotto? Gli orologi a cucù”.


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